Karisia Paponi è la mente creativa dietro al brand Kharis Aglai. L’abbiamo incontrata qualche mese fa al ritorno dalla settimana della moda di Parigi. Due chiacchiere per caso sull’aereo, casuali come tutti gli incontri interessanti: “lavoro nella moda, ero qui per le sfilate”. Ci racconta del suo brand, delle sue esperienze in giro per il mondo – Antwerp, New York, la Spagna e la Francia International Talent Support a Trieste – ci mostra qualche foto e ci incuriosisce. Così, un mese dopo, siamo nelle Marche, nella sua Montegranaro, per farle qualche domanda e vedere da vicino la collezione. Una selezione di pochi capi ma curatissimi, con tessuti che sono tesori, che arrivano da una incessante e bellissima ricerca negli stock. Un brand giovane e fresco, con grandissima attenzione alla qualità e al Made In Italy. Accenti sexy, ma anche sporty. I tagli sono perfetti, la scelta e il mix dei tessuti non lasceranno indifferente nessuno: dai magici plissé dei bomber, alle sfumature di pizzi e ricami, alle perline, alle paillettes. Un mix vario e pieno di incanto. Le lavorazioni sono incredibili: il trattamento della materia, la creazione dei volumi, l’evoluzione delle forme. Capi che sono uno statement, che sono sculture colorate e piene di dettagli. I viaggi, gli scambi e le esperienze di vari paesi plasmano un’estetica speciale, fuori dal comune. Bella e diversa. Preparatevi a sorprendervi, Kharis Aglai non vi lascerà certo indifferenti.

_MG_2094Io partirei parlando innanzitutto delle tue origini, di come vedi la tua passione per la moda in relazione al territorio dove sei nata – la regione Marche – che è appunto un luogo dove si respira moda e dove è forte soprattutto il concetto della qualità, dei brand Made In Italy. Inoltre, tuo padre è un artigiano che crea scarpe. Ci interessava capire come questo aspetto ti abbia influenzata e ispirata. Immagino che crescere in una famiglia in cui c’è una persona che fa questo mestiere sia stato cruciale per te.

Sono nata e cresciuta in un piccolo paese della provincia marchigiana, Montegranaro, dove nel 2011 ho aperto il mio studio e attualmente lavoro alle mie collezioni. Il territorio marchigiano è ricco di sorprese perché nonostante sia composto da paesi sparsi tra colline e mare, è a suo modo internazionale in quanto fulcro produttivo di calzature e abbigliamento per numerosi brand di successo. È stato questo il motivo che mi ha spinto a tornare alle mie origini dopo un lungo periodo di formazione ed esperienze lavorative all’estero, ovvero la fiducia che una volta a casa avrei potuto porre le fondamenta per il sogno che mi accompagna da sempre, quello di creare un mio brand e di poterne gestire lo sviluppo in un territorio in cui mi destreggio bene, costellato di grandi e piccole realtà produttive ricche di tradizione e know how. Ho ereditato la passione per la moda e le cose “fatte bene” dai miei genitori, entrambi a loro modo appassionati di moda. Mia madre ha lavorato presso la Genny negli anni ‘80 e da sempre mi racconta con orgoglio di aver assistito al momento magico in cui Gianni Versace iniziò la sua carriera. Mio padre lavora nel settore calzaturiero dal 1970 e nel 1977 fonda la sua azienda dove ancora oggi continua a produrre calzature su misura realizzate con tecniche artigianali.


_MG_2361Sempre parlando delle origini, hai studiato ad Anversa – alla Royal Academy of Fine Arts – che è uno dei centri più importanti della formazione di moda. Come hanno plasmato il tuo modo di vedere la moda e le tue referenze il vissuto e l’esperienza di quegli anni? C’è qualcosa che ti ha colpito particolarmente della scuola, del metodo, del modo in cui fanno emergere la creatività?

Sono approdata ad Anversa nel 2005 dopo aver frequentato un anno di corso di Fashion Design all’Istituto Marangoni di Milano e dopo aver vissuto sei mesi a Londra. Quella belga è stata un’esperienza nata per caso ma destinata a segnare il mio percorso. L’Accademia infatti non era nei miei progetti, ma in occasione di un viaggio in Belgio che avrei fatto di lì a breve, decisi di iscrivermi al test di ammissione, lo superai, e così mi trasferii ad Anversa dove ho trascorso i 4 anni più belli, intensi e difficili della mia vita. L’ Accademia di Anversa è conosciuta come una delle più esigenti scuole di moda al mondo, ed effettivamente ricordo molte notti insonni trascorse a disegnare e cucire per ottenere il risultato richiesto, ma ricordo anche grandi soddisfazioni. Aver avuto come mentori designer come Walter Van Beirendock e Dirk van Saene mi rende orgogliosa e felice di aver tenuto duro. La scuola è stata anche recentemente criticata per i suoi metodi estremamente severi, ma credo che in piccolo essa sia il riflesso del mondo della moda come è là fuori, quindi competitivo ed estremante duro. A mio modo credo di aver sviluppato il carattere necessario ad affrontare le sfide del lavoro che svolgo oggi. Ciò di cui sono grata all’Accademia è l’approccio artistico e totalmente sperimentale dell’insegnamento, un approccio che avvicina la moda al mondo dell’Arte di cui subisco maggiormente il fascino e che altrimenti non avrei potuto approcciare seguendo una formazione classica che le altre scuole di moda offrivano al tempo.

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Dopo la laurea hai svolto un internship presso Proenza Schouler, a New York. Come hai vissuto l’America e cosa hai imparato da quella visione della moda? L’approcciarti a una nazione che ha una visione così commerciale della moda ti ha influenzato? O invece lavorando per quel brand hai sperimentato un modo diverso di operare rispetto alle dinamiche comuni negli USA?

Dopo il master ad Anversa e un’esperienza di residenza d’artista al Museums Quartier di Vienna, nel 2010 ho intrapreso un periodo di internship a New York presso Proenza Schouler. Ho New York nel cuore perché è una città che accoglie e dove non ti senti straniero perché c’è il mix di culture più vasto al mondo. Da Proenza Scholuer ho partecipato alla realizzazione della collezione per la sfilata Fall Winter 2011, un’esperienza che mi ha permesso di vivere New York da molti punti di vista. Ricordo le corse a piedi a midtown per raggiungere fornitori pochi giorni prima del fashion show, i fitting con le modelle e tutti i preparativi fino a tarda notte per portare a conclusione la collezione. Grazie a quest’esperienza ho capito soprattutto l’importanza di lavorare in team, e che un buon risultato si raggiunge con la combinazione di più fattori: ovviamente al primo posto la visione del designer ma altrettanto importanti sono una buona organizzazione e la collaborazione di tutte le persone coinvolte. Credo che l’empatia svolga un ruolo fondamentale in un lavoro in cui le cose fatte con passione si vedono e sono più belle. Gli americani in questo sono bravi, sanno riconoscere i meriti per il buon lavoro svolto.

_MG_1954Durante gli ultimi anni, prima di tornare a Montegranaro, hai passato molti anni vivendo in varie città d’Europa. Cosa ti ha arricchito di queste esperienze e di questi viaggi? C’è un posto dove ti sei sentita particolarmente a casa?

Dopo la mia esperienza newyorkese ho vissuto tra Marsiglia e Barcellona, fino al mio ritorno in Italia nel 2011. Aver potuto vivere in diverse nazioni, non come turista ma effettivamente assaporando la quotidianità di ogni singolo paese, mi ha regalato una grande apertura alle diversità, e la curiosità verso il diverso credo sia una delle caratteristiche più importanti che un designer debba possedere. Definisco il mio stile eclettico perché mi intrigano mondi apparentemente opposti, sapori e colori che sono il riassunto del bagaglio che mi porto dietro, frutto dei miei viaggi ed esperienze. Ciò che sto facendo al momento con il mio brand è cercare di unire in una visione personale questo MIX che mi caratterizza, a volte difficile da decifrare anche per me che ne sono la creatrice. Ma come dice Hilma Af Klint, un’artista che ammiro e di cui ho recentemente visto una mostra bellissima al Guggenheim di New York, “we should obey intuition and understand only in part”. Così mi lascio guidare dal mio istinto come fa l’esploratore dell’anima.

Come è nato e come si è evoluto il tuo brand, dai primi esperimenti dell’università a quest’anno? Il concetto che avevi in mente è sempre stato lo stesso o è cambiato in questi due anni? Cosa hai in mente per il futuro?

Nel 2017, dopo diversi anni dedicati alle consulenze per altri brand, ho deciso di misurarmi in un progetto solo mio ed è nato Kharis Aglai. Il nome è composto dalla versione greca e da quella latina del mio nome e racchiude in sé la mission del brand che si può riassumere nella continua ricerca di bellezza, fascino ed eleganza, qualità che nel mondo classico venivano rappresentate dalle Tre Grazie, da cui mi sono lasciata ispirare per definire lo stile e l’estetica che voglio raggiungere. Come le Tre Grazie presiedevano ai banchetti, alle danze e ad altri piacevoli eventi sociali, diffondendo gioia e amicizia tra dei e mortali, così immagino le mie creazioni indossate da persone che amano sentirsi in prima linea ed esprimere in maniera personale il proprio stile anticonformista e provocatorio. La stravaganza dei miei capi parla di un’esasperazione della ricerca e di tecniche sperimentali di manipolazione dei materiali, le quali mi hanno sempre attratta sin dai tempi dell’Accademia. Adoro sperimentare con i materiali e sono felice quando raggiungo con i miei pezzi delle forme tali da dare l’impressione di essere piuttosto sculture. Rappresentano una provocazione e una sfida a riformulare il proprio concetto di esuberanza e sono un invito a riappropriarsi della spontaneità dei bambini, quella che si esprime seguendo un solo dogma: “lo voglio perché mi piace, e basta.”

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Come ti hanno influenzato, invece, le cose che fai fuori dall’ambito moda? Ad esempio la tua passione per il teatro e per l’arte in generale? Come credi che i tuoi interessi fuori dalla moda contaminino la tua creazione?

La mia passione per l’arte e per il teatro, nata ai tempi del liceo, alimenta la mia curiosità nella ricerca della forma e nella sperimentazione materica. L’influenza generata da queste mie passioni si traduce in espressione del corpo attraverso un’estetica originale. Ciò che mi motiva è pensare all’artista come uomo, e all’importanza di credere nelle proprie idee come condizione imprescindibile per raggiungere i propri obiettivi.

_MG_2127Raccontaci del modo in cui cerchi e reperisci i tessuti per le tue collezioni. Kharis Aglai è un marchio che nasce di pari passo con l’idea di usare gli avanzi di stock, che poi sono all’origine della creazione dei tuoi pezzi unici. Da dove è nato questo tuo approccio?

L’estetica Kharis Aglai si colloca all’incrocio fra cultura sartoriale, referenze di sportwear, e approccio glamour alla quotidianità e la sfida è quella di strutturare le collezioni attraverso una progettazione etica. Ogni collezione ha al suo interno delle limited edition series realizzate con tessuti recuperati da giacenze di magazzino “dead Stock materials” altrimenti destinati alla discarica, già noto nel mondo della moda come UPCYCLING, ovvero turning textile waste into sustainable fashion (trasformare gli scarti tessili in moda sostenibile). Tali capi vengono creati con tessuti preziosi, rielaborati con tecniche artigianali quali il ricamo e il patchwork a garantire un’altissima qualità al capo oltre alla sua originalità di pezzo numerato nella serie. Lo scopo è di contribuire a riequilibrare il rapporto tra consumo e smaltimento in uno scenario che ha come protagonista una moda che cambia in modo repentino, con un impatto non più trascurabile sul pianeta e le persone.

_MG_2317Mi piacerebbe finire con una tua riflessione sul mondo della moda rispetto ai giovani come te. Il più delle volte vediamo che non è un percorso facile. Come si fa a tenere sempre accesa la passione anche nelle difficoltà e non gettare la spugna?

Penso che la difficoltà maggiore oggi per i creativi non sia tanto l’essere originali ma piuttosto quella di essere ascoltati. Intendo dire che un designer emergente deve convincere fornitori, produttori e distributori, oltre che ovviamente il pubblico, e per questo non basta la creatività, serve determinazione, competenza e molta tenacia. Inoltre il livello di preparazione del pubblico è molto alto, tanto che il designer deve essere estremamente abile non solo nella creazione del prodotto ma anche nella veicolazione del suo messaggio e nell’interazione con il mercato. Il mio motto è quello di credere in sé stessi e di custodire il proprio sogno, un sogno grande ma da raggiungere a piccoli passi soprattutto se si è indipendenti.

Interview by Giulia Massarenti

Posted by:BasiclyMag